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Storia

Le organizzazioni operaie e contadine e le case del Popolo

Verso la fine dell’Ottocento, in seguito ai mutamenti economici e sociali che attraversavano l’Europa, gli operai e i contadini cominciarono ad organizzarsi autonomamente, formando prima società di mutuo soccorso, poi leghe sindacali e partiti. Le prime case del popolo in Italia, ma anche in Francia, Germania, Olanda, Belgio, nacquero in un ambiente fortemente segnato dallo spirito socialista e progressista dell’epoca, divenendo la sede delle nuove organizzazioni. Politica, solidarietà e ricreazione sembravano confondersi in questi luoghi.
L’edificazione delle case del popolo, ad opera di lavoratori che impiegavano il loro poco tempo libero e le loro scarse risorse, era segno della volontà delle classi subalterne di autorganizzarsi e di gestire luoghi alternativi al potere padronale e degli agrari. La casa del popolo assunse così il ruolo di contraltare dei circoli e dei luoghi di ritrovo abituali della borghesia e si contrappose a forme di aggregazione di tipo religioso come le parrocchie.
Se nel primo Novecento il cammino delle nuove strutture, nonostante alcune difficoltà, segnò risultati estremamente positivi in particolare in Emilia Romagna e Toscana, la situazione mutò drammaticamente nel primo dopoguerra. Le case del popolo divennero presto obiettivo delle aggressioni fasciste, subendo danneggiamenti e distruzioni nel corso dei primi anni Venti. Dopo la conquista del potere da parte di Mussolini ogni forma di associazione autonoma e libera fu progressivamente cancellata: le stesse case del popolo furono occupate e trasformate spesso in case del fascio o in sedi della nuova organizzazione ricreativa fascista, il Dopolavoro.

La rinascita democratica

Nel secondo dopoguerra l’ansia di libertà si trasformò anche nella volontà di recuperare quelle sedi che il regime aveva usurpato. L’alleanza dei partiti antifascisti sembrò inizialmente poter rispondere a questa esigenza e un nuovo ente, l’ENAL, fu incaricato di gestire l’immenso patrimonio di circoli ereditato dal fascismo, case del popolo comprese. L’inaugurarsi della stagione della guerra fredda, a partire dal 1947, segnò però la fine dei tentativi unitari. Le associazioni cattoliche e repubblicane che videro allora la luce, ottennero immediatamente il riconoscimento legale e l’assegnazione di alcune sedi, mentre la riforma dell’ENAL in senso democratico, così come richiesto dalle sinistre, non fu mai messa all’ordine del giorno sino alla formale abolizione dell’ente nel 1978.

La nascita dell'ARCI

Fu proprio in questo contesto che maturò l’idea di fondare una federazione di circoli, case del popolo, società mutualistiche che si riconoscevano nei valori della sinistra e segnatamente in quelli dei due principali partiti allora all’opposizione, il PCI e il PSI. Nel 1957 nasceva così l’ARCI. Come era accaduto anche prima del fascismo, le case del popolo, ora legate all’associazione, mantennero la propria vocazione politica, accogliendo le sedi dei due partiti di sinistra e del sindacato, proponendo tuttavia anche attività ricreative in villaggi nei quali spesso questa era l’unica possibilità di svago per i lavoratori. Forte era, in quel periodo, il senso di appartenenza nei confronti di questi luoghi, che dovevano essere difesi ogni giorno dai tentativi di esproprio e dalle incursioni delle forze di polizia.

I primi passi

Il lento processo di democratizzazione del paese vide la crescita complessiva dell’ARCI che, da semplice federazione di circoli e case del popolo, sembrò acquisire una nuova fisionomia di associazione con specifiche intenzioni e finalità. Negli anni del miracolo economico, sempre più forte fu la volontà di abbattere le differenze tra la cultura delle élites e quella del popolo, sostenendo tutte le forme culturali non soggette al mercato, in un’epoca di profonde mutazioni del costume e della società italiana. La ricerca di percorsi autonomi da parte dell’associazione non fu semplice, particolarmente in un periodo nel quale la divaricazione tra socialisti e comunisti si faceva sempre più evidente. Nonostante ciò, in molte realtà, le idee nuove, come quelle di Dario Fo in ambito teatrale o quelle di Don Milani, circolarono liberamente, preparando l’associazione alla ventata di novità che avrebbe travolto la società italiana nel 1968.

Cultura, Diritti e Pace

Negli anni Settanta, l’ARCI fu coinvolta nelle grandi battaglie politiche e sociali che attraversarono il decennio, contro la dittatura fascista in Cile, per il divorzio e per il diritto all’autodeterminazione della donna. L’associazione proseguì, inoltre, nella propria campagna per la democratizzazione della cultura, con i circuiti teatrali alternativi e i cineforum creati nel territorio, trovando nuovi alleati negli enti locali, profondamente riformati alla fine del decennio. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, inoltre, si costituirono associazioni sorelle che, prendendo le mosse dall’ARCI, divennero importanti laboratori politici e culturali, affiancandosi alle già esistenti realtà dell’UCCA, dell’ARCI Caccia e dell’ARCI Pesca. Tra esse debbono essere ricordate Lega Ambiente, ARCI Gay, ARCI Ragazzi, ancora oggi attive.
Nello stesso periodo, l’associazione fu coinvolta nel grande movimento per la pace, a partire dalla protesta contro gli euromissili. La crisi progressiva delle sinistre italiane e mondiali e le trasformazioni sociali, politiche e culturali cominciarono, tuttavia, a mettere in discussione ruoli e funzioni di molti luoghi aggregativi e delle associazioni. La mobilità, soprattutto fisica oltreché sociale, svuotò progressivamente borghi e paesi e con loro anche molte case del popolo.

L'ARCI tra crisi di fine secolo e nuovo inizio

Le difficoltà si fecero sentire per l’intero mondo associazionistico legato all’ARCI che, nel 1987, prese il nome di ARCI Nova separandosi dalle altre realtà come l’UISP (a cui si era unita nel 1973), l’ARCI Caccia, l’ARCI Pesca, l’ARCI Gay e l’ARCI Ragazzi, cui rimase tuttavia legata in una confederazione. Dinanzi all'evoluzione della cultura e della società italiana, nei confronti della quale la sinistra in generale si dimostrò impreparata, anche l’associazione non seppe sempre dare risposte corrette, pur cogliendo prima di altri i nuovi temi e le nuove richieste della cittadinanza. La lotta contro il razzismo e l’attenzione nei confronti dei nuovi cittadini, il tentativo di proporre una cultura diversa da quella semplificata della televisione commerciale, la partecipazione rinnovata ai movimenti per la pace furono solo alcuni dei principali temi affrontati dall’ARCI alla fine del secolo scorso. Quale deve essere il ruolo di un’associazione ricreativa e culturale, con la sua rete di circoli, associazioni e, in numero sempre decrescente, case del popolo, nel XXI secolo? Solo rispondendo in modo convincente a questa domanda, l'ARCI potrà affrontare le sfide aperte al mondo delle associazioni dal nuovo secolo.